Eera

•marzo 1, 2010 • Lascia un commento

di Jack D’Aurizio

Sono le ore 6.45, oggi ho visto il sole sorgere sulle strade deserte di Pisa,
spettacolo angosciante ed impagabile, specie quando non piove.
Sono qui e scrivo, non ho battuto occhio, mi sono rifornito di droga.
Dovevo prendere un treno, lo volevo, ma ero solo. Ho detto addio,
ma quello no, non lo volevo. Era solo per accelerare il processo,
porre sotto gli occhi di un dio che non esiste una ridicola prova di forza,
confessare all’onniassente di aver temuto, e forse compreso, la fine.
Così sono solo ed aspetto una carezza dall’altro lato del mondo,
continuando a credere nel “per sempre”, assetandomi di perché,
vivendo di sogni tramortiti e inneggiando alla bellezza, dove la vedo.
Una volta avevo segreti, ma la memoria è labile, ciò che ne deriva ingestibile,
così adesso non ne ho più, a chi mi interroga replico, replico che sì,
sono sgradevole, ma non troppo oltre l’evidenza. Desidero, convulsamente,
istericamente, con palese esito negativo, Tutto. O qualcosa come un mondo
che non si sia inaridito al pari del mio invecchiare, e si commuova ancora
al ricordo di una piccola spiaggia riparata dall’ombra dei pini, di una sorpresa
notturna, di un bacio sotto la pioggia. Se l’autenticità non è un valore
non so cos’altro offrire. Forse finirò dietro una teca di vetro come cimelio
di giovinezza bruciata, accanto ad alcuni dischi rock anni ’70 e all’opera omnia
di qualche geniale scrittore sudamericano, tutti consunti da uno sforzo
non ripagato. Ora vorrei queste sei-e-quarantacinque né come il termine
né come il principio di un’era, libere da nodi o inesplicabili rifiuti.

Nove

•gennaio 25, 2010 • Lascia un commento

di Davide Nudo

Ovunque la tua voce, come eco cosmico
di stelle lontane, richiama il mio nome;
verso le tundre, dove la bellezza del presente
si confonde con spensierati giochi infantili
di un’epoca sigillata dal mito nelle nostre menti.

Ancora tremante la tua ombra sul mio cuore;
dopo notti e giorni passati con il pensiero
dei tuoi occhi, mai veri se non visti da vicino.

È in quelle notti fredde che immaginai
di perdere la follia nel tuo immenso mare rosso.

E ora, passatene altre, e iniziatene nuove,
celato sotto una lieve coperta di nubi che sovrastano
le mie memorie, altro non rimane che un sogno,
l’ennesimo, sui tanti futuri che ci attendono
sperando che i più cupi non si svelino mai.

Carne A Colazione

•gennaio 24, 2010 • Lascia un commento

di Gilberto Taccari

“La gelosia sta uccidendo il nostro amore, lo affetta riducendolo ogni giorno di uno o due millimetri. Nei momenti di pausa dal lavoro un macellaio meticoloso affila le lame dei suoi coltelli, pulisce con cura il metallo e lo disinfetta: se non avesse fallito i suoi studi in medicina, abbandonando l’università per lavorare nella bottega del padre, sarebbe stato un eccellente chirurgo di fama internazionale; invece gli tocca il ruolo di assassino. Ogni mattina indossa gli abiti bianchi che la moglie, dopo averli lavati, lascia sulla sedia della cucina; la sera torna a casa e quegli stessi vestiti mostrano la scena di un omicidio, macchie rosse dovunque, sparse, sono così distanti dalla verginità delle sei meno un quarto, ma quello è il mestiere e le sue prove sono il sudore e l’odore di carne che il giorno si infila sottopelle. C’è un chirurgo sadico che affetta i cuori per darli da mangiare ai propri cani.”

Accanto a me c’è un ragazzo che scrive. Ho letto le parole guardando di traverso, distogliendo lo sguardo da un libro, mentre si rincorrevano sulla carta a righe del taccuino. I toni usati, osservo, sono quelli di una lettera, ma ho ragioni per pensare che stia scrivendo un romanzo epistolare, il suo prossimo libro: è poco credibile una lettera che parla di macellai e assassini, nessuna ragazza saprebbe leggerci tra le righe qualcosa di sincero come un amore, è bizzarra; insomma, non funziona.

Alessandro Perso – è così che ho deciso di battezzarlo – si accorge della mia attenzione invadente, si volta verso il finestrino che dà su una collina nera, su un capannone in costruzione, su una discarica e infine sul cielo ampio sopra una spianata che si perde nell’oscurità. Incurva lento la schiena perché nella velocità corre il rischio dell’errore e copre il taccuino nero come un’ombra, come se fosse proprio quello l’amore da proteggere, la ragazza a cui sta scrivendo, scartando l’ipotesi della bozza di un capitolo del suo prossimo libro.

Con estremo imbarazzo ruoto lo sguardo e cerco nervoso la riga dove avevo interrotto la lettura del libro appoggiato sulle gambe.

«Allora ho detto a mio padre e mia madre che li avrei uccisi.» dice un uomo albanese sulla trentina con un italiano corretto che della lingua madre conserva soltanto un difetto di pronuncia. «Loro lo sanno che sono pazzo, l’hanno sempre saputo, per questo hanno avuto paura e non hanno detto più nulla…»

È una battuta sciolta e randagia quella che ascolto, liberasi da qualche discorso che mi sono perso e il cane davanti all’uomo seduto dall’altra parte del vagone risponde con sorrisi e movimenti della testa. Come sono giunti a parlare di questo? Appena entrato nel treno, dopo aver riposto i bagagli e infine me, stavano discutendo di come domare le proprie mogli con pugni e ricatti. Io avevo capito che non avrei mai approvato i loro dialoghi, senza spiegarmi le ragioni di quelle idee violente; avevo preferito non lasciarmi massacrare e mi ero girato.

Alessandro scrive.

“Fuori dal finestrino i dorsi delle colline passano dal nero al loro colore naturale che a quest’ora è un azzardo indovinare: posso solo fare ipotesi sulla vegetazione o scommettere che lì, sopra quella casa solitaria, c’è un campo incolto, arido. Non ho nessuna certezza se non me stesso che vale quel che è, ma non sa di essere: così mi chiudo nell’egoismo delle mie insicurezze e quando si incastrano, come nel collo di una bottiglia, strizzo forte gli occhi finché non riesco a mandar giù; poi ricomincio. Inizia a far giorno, ma il sole non è ancora sorto: è sotto il mare; mentre ad est il cielo sbiadisce ad ovest porta ancora il colore dei tuoi occhi; a quest’ora penso al macellaio già sveglio e sento l’odore della sua carne come una preda impaurita.”

Squali

•dicembre 20, 2009 • Lascia un commento

di Jack D´Aurizio

Pdf allegato: Squali.

Pleiades

•dicembre 14, 2009 • 1 commento

di Davide Nudo

H prese il treno quella mattina. Sarebbe stato un viaggio lungo e snervante ma soprattutto, l’ultimo viaggio. Troppe cose care si erano perse in quegli anni di guerra, molte persone sono rimaste in quei luoghi sventrati anche della terra che reggeva alberi, case, intere città quando intere famiglie combatterono per rivendicare quelle piccole cose che anni di dura repressione avevano negato. H fu sempre in prima fila durante i combattimenti, quando tutto finì decise di lasciare tutto, non aveva rimorsi: il suo dovere era proteggere la Famiglia Reale, e lo mantenne in pieno. Lasciare un mondo che lo aveva nutrito sin dall’infanzia con le illusioni dei miti della sua gente, di poter rendere il meglio in qualsiasi cosa. La guerra gli aveva portato davanti agli occhi una situazione difficile, un nodo di Gordio che neanche un Dio si sarebbe permesso a sciogliere; la guerra gli aveva portato davanti agli occhi con la forza del mare in tempesta l’immagine, pochi secondi, di sua figlia uccisa da uno degli ordigni. Alla fine dei combattimenti, si passò alle domande: eventi simili non danno il tempo di respirare per chiedere, danno solo il tempo di reagire e tenere il fiato il più a lungo possibile per farsi largo tra i cadaveri e H, vedendo il corpo di sua figlia svanire all’istante, aveva fiato a sufficienza per dare a tutte quelle domande una sola risposta. Basta. La sua testa era colma di ricordi marci, non più fotografie da mettere in un album e far vedere con orgoglio, ma vergogne nude e crude da nascondere non appena se ne presentava l’occasione. Opprimevano la sua testa e non riusciva a darsi pace; anche durante il viaggio i fantasmi di quel passato non troppo lontano attanagliavano la sua mente. Ma vedendo l’immagine delle Pleiadi avvicinarsi poco alla volta, la sua mente poteva meritarsi il premio che non aveva mai accettato dopo i combattimenti. Ora era un uomo libero: libero dalla paura e libero dal passato.

 
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