Carne A Colazione
“La gelosia sta uccidendo il nostro amore, lo affetta riducendolo ogni giorno di uno o due millimetri. Nei momenti di pausa dal lavoro un macellaio meticoloso affila le lame dei suoi coltelli, pulisce con cura il metallo e lo disinfetta: se non avesse fallito i suoi studi in medicina, abbandonando l’università per lavorare nella bottega del padre, sarebbe stato un eccellente chirurgo di fama internazionale; invece gli tocca il ruolo di assassino. Ogni mattina indossa gli abiti bianchi che la moglie, dopo averli lavati, lascia sulla sedia della cucina; la sera torna a casa e quegli stessi vestiti mostrano la scena di un omicidio, macchie rosse dovunque, sparse, sono così distanti dalla verginità delle sei meno un quarto, ma quello è il mestiere e le sue prove sono il sudore e l’odore di carne che il giorno si infila sottopelle. C’è un chirurgo sadico che affetta i cuori per darli da mangiare ai propri cani.”
Accanto a me c’è un ragazzo che scrive. Ho letto le parole guardando di traverso, distogliendo lo sguardo da un libro, mentre si rincorrevano sulla carta a righe del taccuino. I toni usati, osservo, sono quelli di una lettera, ma ho ragioni per pensare che stia scrivendo un romanzo epistolare, il suo prossimo libro: è poco credibile una lettera che parla di macellai e assassini, nessuna ragazza saprebbe leggerci tra le righe qualcosa di sincero come un amore, è bizzarra; insomma, non funziona.
Alessandro Perso – è così che ho deciso di battezzarlo – si accorge della mia attenzione invadente, si volta verso il finestrino che dà su una collina nera, su un capannone in costruzione, su una discarica e infine sul cielo ampio sopra una spianata che si perde nell’oscurità. Incurva lento la schiena perché nella velocità corre il rischio dell’errore e copre il taccuino nero come un’ombra, come se fosse proprio quello l’amore da proteggere, la ragazza a cui sta scrivendo, scartando l’ipotesi della bozza di un capitolo del suo prossimo libro.
Con estremo imbarazzo ruoto lo sguardo e cerco nervoso la riga dove avevo interrotto la lettura del libro appoggiato sulle gambe.
«Allora ho detto a mio padre e mia madre che li avrei uccisi.» dice un uomo albanese sulla trentina con un italiano corretto che della lingua madre conserva soltanto un difetto di pronuncia. «Loro lo sanno che sono pazzo, l’hanno sempre saputo, per questo hanno avuto paura e non hanno detto più nulla…»
È una battuta sciolta e randagia quella che ascolto, liberasi da qualche discorso che mi sono perso e il cane davanti all’uomo seduto dall’altra parte del vagone risponde con sorrisi e movimenti della testa. Come sono giunti a parlare di questo? Appena entrato nel treno, dopo aver riposto i bagagli e infine me, stavano discutendo di come domare le proprie mogli con pugni e ricatti. Io avevo capito che non avrei mai approvato i loro dialoghi, senza spiegarmi le ragioni di quelle idee violente; avevo preferito non lasciarmi massacrare e mi ero girato.
Alessandro scrive.
“Fuori dal finestrino i dorsi delle colline passano dal nero al loro colore naturale che a quest’ora è un azzardo indovinare: posso solo fare ipotesi sulla vegetazione o scommettere che lì, sopra quella casa solitaria, c’è un campo incolto, arido. Non ho nessuna certezza se non me stesso che vale quel che è, ma non sa di essere: così mi chiudo nell’egoismo delle mie insicurezze e quando si incastrano, come nel collo di una bottiglia, strizzo forte gli occhi finché non riesco a mandar giù; poi ricomincio. Inizia a far giorno, ma il sole non è ancora sorto: è sotto il mare; mentre ad est il cielo sbiadisce ad ovest porta ancora il colore dei tuoi occhi; a quest’ora penso al macellaio già sveglio e sento l’odore della sua carne come una preda impaurita.”
