Eera
Sono le ore 6.45, oggi ho visto il sole sorgere sulle strade deserte di Pisa,
spettacolo angosciante ed impagabile, specie quando non piove.
Sono qui e scrivo, non ho battuto occhio, mi sono rifornito di droga.
Dovevo prendere un treno, lo volevo, ma ero solo. Ho detto addio,
ma quello no, non lo volevo. Era solo per accelerare il processo,
porre sotto gli occhi di un dio che non esiste una ridicola prova di forza,
confessare all’onniassente di aver temuto, e forse compreso, la fine.
Così sono solo ed aspetto una carezza dall’altro lato del mondo,
continuando a credere nel “per sempre”, assetandomi di perché,
vivendo di sogni tramortiti e inneggiando alla bellezza, dove la vedo.
Una volta avevo segreti, ma la memoria è labile, ciò che ne deriva ingestibile,
così adesso non ne ho più, a chi mi interroga replico, replico che sì,
sono sgradevole, ma non troppo oltre l’evidenza. Desidero, convulsamente,
istericamente, con palese esito negativo, Tutto. O qualcosa come un mondo
che non si sia inaridito al pari del mio invecchiare, e si commuova ancora
al ricordo di una piccola spiaggia riparata dall’ombra dei pini, di una sorpresa
notturna, di un bacio sotto la pioggia. Se l’autenticità non è un valore
non so cos’altro offrire. Forse finirò dietro una teca di vetro come cimelio
di giovinezza bruciata, accanto ad alcuni dischi rock anni ’70 e all’opera omnia
di qualche geniale scrittore sudamericano, tutti consunti da uno sforzo
non ripagato. Ora vorrei queste sei-e-quarantacinque né come il termine
né come il principio di un’era, libere da nodi o inesplicabili rifiuti.
